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Politica fiscale e redistribuzione nel 2020: Istat, il Mezzogiorno l’area in cui la diseguaglianza si è ridotta di più
28 Lug, 2021

Nel 2020 l’intervento fiscale dello Stato ha ridotto la diseguaglianza dei redditi del 14,1 punti dell’indice di Gini. È ciò che emerge dalla simulazione pubblicata dall’Istat martedì 27 luglio, “La redistribuzione del reddito in Italia“, che cerca di determinare l’impatto delle politiche pubbliche di sostegno al reddito, al netto dell’imposizione fiscale e contributiva e dei trasferimenti monetari durante il 2020. Una statistica importante nell’anno in cui il governo italiano ha registrato il rapporto deficit/Pil più elevato dall’inizio degli anni ’90 (-9,5%), chiudendo per ovvi motivi un bilancio estremamente espansivo nel tentativo di arginare le conseguenza della profonda recessione legata alle prime ondate del Covid-19.

Stando alle simulazioni Istat, in Italia la misura della diseguaglianza del reddito primario è pari ad un indice di Gini di 0,443 (in corrispondenza dello zero si registra la distribuzione dei redditi perfettamente egualitaria, in corrispondenza dell’1 la massima disuguaglianza). Ebbene, l’intervento pubblico nel 2020 ha permesso di comprimere questa disuguaglianza dello 0,141, scendendo dopo trasferimenti e prelievi a 0,302. La grande differenza l’hanno fatta i trasferimenti con 0,105 e solo in seconda battuta il prelievo contributivo e tributario con 0,036 punti in meno. Rispetto al 2018, ultimo anno disponibile nella base statistica Istat, l’indice di Gini registra una disuguaglianza pressoché sovrapponibile, con una riduzione dell’indice dello 0,001. Sono ancora lontani i valori precedenti la crisi del 2008, quando l’indice di Gini si fermava a 0,294, una disuguaglianza dei redditi inferiore.

Il dato riportato da Istat rappresenta ovviamente una media tra le varie aree geografiche del Paese che, prese singolarmente, raccontano una storia diversa. La disuguaglianza dei redditi primari – quindi senza calcolare l’impatto delle politiche di redistribuzione – è più ampia al Mezzogiorno con un indice di Gini a 0,465. Segue il Centro con 0,421 e il Nord con 0,407. L’impatto delle politiche redistributive è stato più importante al Sud, riducendo l’indice di Gini a 0,296 (-0,169 punti). A scalare si trova il Centro con 0,280 (-0,142 punti) e il Nord con 0,283 (-0,124 punti).

La fonte principale dei trasferimenti restano di gran lunga le pensioni previdenziali. Queste ultime come è ovvio assumono una importanza inversamente proporzionale al reddito delle famiglie beneficiarie. Nel primo quintile, ovvero il 20% più povero dei nuclei familiari, le pensioni costituiscono il 69,2% delle entrate, le “altre pensioni” il 6,9%. Nel secondo quintile il peso delle pensioni scende a 38,7% con la voce “altre pensioni” a 2,5%. Nel terzo quintile le pensioni previdenziali scendono al 12,9% con 1,2% di “altre pensioni”. I valori minimi si ritrovano nel quarto e quinto quintile, dove le pensioni previdenziali costituiscono solo l’8,5% e il 6,6% delle entrate complessive. Interessante è la distribuzione dei “trasferimenti da lavoro”, principalmente indennità come la Cassa integrazione guadagni. Questi ultimi rappresentano la fetta più ampia del reddito nel secondo (5,4%) e nel terzo quintile (5,9%) mentre i “trasferimenti famiglia”, principalmente il Reddito di cittadinanza, hanno costituito il 4,0% del reddito del primo quintile e il 2,0% del secondo quintile. “Le misure straordinarie per la pandemia da Covid-19 hanno svolto un ruolo importante per alcune delle categorie più colpite dalla crisi, riducendo il rischio di povertà dei disoccupati di circa 6,9 punti percentuali, di 3,5 punti per gli inattivi e di 2,6 punti per i lavoratori autonomi”, registra Istat. Per quanto riguarda il bonus per i lavoratori autonomi, si registra che il primo quintile, la frazione meno abbiente della popolazione, ha ricevuto un importo medio di 2.132 euro, pari a circa il 10% del reddito disponibile e versato al 19,7% delle famiglie appartenenti a questa fascia di reddito. L’importo scende a 1.813 euro per il secondo quintile (5,9% del reddito disponibile e 11,9% delle famiglie beneficiarie) e a 1.661 euro per il terzo quintile (5,9% del reddito disponibile e il 10,1% delle famiglie beneficiarie). L’importo dell’assegno poi torna a salire con i quintili superiori ma rappresentando una fetta più contenuta del reddito delle famiglie (trattandosi dei quintili più abbienti della popolazione italiana).

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